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miércoles, 1 de octubre de 2014

SIMONE CATTANEO [11.152]


Simone Cattaneo 

(Nació en Saronno, ITALIA  1974 - Se suicidó en 2009) 

Sus poemas han sido publicados en, “Atelier”, “La clessidra”, “Hebenon”, “ Poesia”, “Letture”, “Graphie”, “Tratti” e “Clandestino”. 
Fue incluido en el libro editado por Julian Ladolfi, L'opera comune, Antología de poetas nacidos en los años setenta (Atelier, 1999). Sus textos, con presentación a cargo de Roberto Roversi, incluidos en la antología Diez poetas italianos (Pendragon, 2002), editado por Maurizio Clementi. Se incluyó en Lavori di scavo, Antología de poetas nacidos en los años 70 (Antología web Railibro, 2004), 100 poemas del odio y de la invectiva de Antonio Veneziani (Coniglio Editore, 2007). 
Su primer libro de poesía, Nome e soprannome, se publicó en 2001, en la colección de poesía de la editorial Atelier. 





QUÉ ME IMPORTAN

Qué me importan
el amor y el dinero y, abatido, una buena palmada en la espalda,
siempre tienes salud se decía mirándose al espejo
grande del vestuario y también todavía hay tiempo
¿no te parece? Pero al final
le ha preguntado a un tipo sentado ahí cerca
si su madre sabía coser. Y le ha abierto la cara
con el golpe seco de una hoja de afeitar antes de que
pudiera levantarse.

(Traducción: Cecilia Palluzzi - Aníbal Cristobo)







ERA EL GOLEADOR ACLAMADO... 

Era el goleador aclamado de los torneos de fútbol del año
aunque recibiera la pensión de invalidez por ceguera total,
conseguía romper el parabrisas de un coche a mano desnuda sin cortarse
tenía la piel de los brazos flácida como asfalto derretido
todos los chicos no más altos que esto
lo llamábamos Aladino porque resolvía cada problema de la vida con un buen consejo.
Se ha muerto asfixiado por el monóxido de carbono de una estufa de metano,
le ha dejado a la ex-mujer una roulotte color verde gastado y
montañas de basura grandes como una piscina municipal.
Cuando era un niño me susurró que para enamorarse
hace falta moler hasta obtener una superficie lisa o bien
recorrer una autopista en contramano en agosto.
Por qué precisamente en agosto no lo entendí nunca.

Traducción: Sara Costantini






ESTA NOCHE FRENTE AL TELEVISOR APAGADO... 

Esta noche frente al televisor apagado
me he puesto a bailar con una caña de pescar
un lento trágico y romántico, he apartado los muebles
de la sala y en el medio del suelo amontoné
cosas viejas del día a día, cartones de leche y algunos
pañuelos sucios. Después lo he prendido fuego todo
y me pareció que participaba en uno de esos verdaderos bailes
de estudiantes llenos de alegría y esperanza en el vodka
con un ruido infernal que llenaba las orejas
con el rumor del mar.
Apagado el fuego, alguna sombra fiera y dura
grabada en la pared, la caña de pescar inclinada
me quedé tocando un teclado sin gracia
quizás así
esperando recuperar el aliento
y pensé en salir corriendo al aire libre pero cerrando
los ojos el rojo del fuego dividía aún 
el suelo y sin extinguirse nunca
permanecía fijo allí marcando el territorio
a la espera de toda mi miseria.

Traducción: Sara Costantini





cattaneo
Simone Cattaneo – Peace & Love (alcuni estratti)




Nome e soprannome

Me ne stavo sdraiato sul pavimento del bagno 
a cantare l'unica canzone in inglese 
che conosco ea sputare cercando di colpire 
un piccolo ragno sul muro, 
quando la forma indecisa del mio braccio mi è parsa 
simile alla bacchetta di un rabdomante che si piega 
in prossimità di una qualsiasi sorgente d'acqua ormai prosciugata, 
e allora ho deciso che non sarei morto soffocato dalle parole 
che incendiano la giornata e ci frustano il viso senza motivo 
avrei bene o male tirato a campare ancora per un po', 
il tempo necessario per non regalare 
tutti i fiori di legno che offuscano la mia casa 
a donne amate da anni e non incontrate mai.






Scarpe, lattine, una porta blindata e 
delle posate si muovono nei campi 
di grano a sud di Solaro 
scintillanti carte da gioco nuove. 
Non c'è bisogno di nessun sacrificio, 
la memoria del sangue qui non cicatrizza 
alcuna ferita.






Non venirmi a parlare d'amore né di lavoro 
non so nemmeno paragonarti al vento 
figurati se mi può succedere qualcosa, 
potrei svegliarmi di soprassalto dal rumore 
del vetro sbriciolato e trovarmi riempito 
di cinghiate chiuso nel baule della tua Alfa, 
sarebbe un sogno, sbiadire piano nella mattina 
in un lampo liquido di metallo.






Stanotte di fronte al televisore spento 
mi sono messo a ballare con una canna da pesca 
un lento tragico e romantico, ho spostato i mobili 
del soggiorno e al centro del pavimento ho ammucchiato 
quotidiani vecchi, cartoni di latte e qualche 
fazzoletto sporco. Poi ho dato fuoco a tutto 
e mi sembrava di partecipare a uno di quei veri balli 
studenteschi pieni di gioia e di speranza nella vodka 
con un chiasso infernale che mi riempiva le orecchie 
con il rumore del mare. 
Spento il fuoco, qualche ombra fiera e dura 
incisa sulle mura, la canna da pesca incrinata 
sono rimasto a suonare su una tastiera sgraziata 
chissà poi cosa 
aspettando di riprendere fiato 
e ho pensato di uscire all'aria aperta ma chiudendo 
gli occhi il rosso del fuoco divideva ancora 
il mio pavimento e non colava a picco, 
rimaneva lì fisso a marchiare il territorio 
in attesa di tutta la mia miseria.






Made in Italy

La madre di un mio compagno delle scuole medie 
mi ha bloccato in una strada del vecchio quartiere 
dicendomi che suo figlio era morto. 
Non si è sbilanciata più di tanto e mi ha invitato al funerale. 
Mi è parso buona educazione accettare. 
Una settimana dopo mi ha fermato sotto casa e con aria decisa 
mi ha confidato che calzo lo stesso numero di piede del suo 
                                                           [povero figlio, 
così mi ha regalato due paia di scarpe e un giubbotto giallo. 
Qualche sera fa sono finito in un bar di Milano e 
ho abbordato una ragazza sudamericana molto sensibile 
al mio nuovo giubbotto canarino. Ho stretto gli occhi 
e le ho sussurrato che per i particolari non bado mai a spese.






Si è buttato sotto la metropolitana di Milano 
linea rossa, fermata Cairoli. Ha urlato che il cielo 
aveva bisogno di un'iniezione di rosa, lui di un lavoro e 
che la Madonna si era scordata di aiutarlo. 
Quand'ero ragazzino pregavo la Madonna che si occupasse 
di quei porci che mi bucavano le gomme della bicicletta 
ma visto che non smettevano ho preferito affidarmi 
ai puntati della 'ndrangheta. Anche loro in fondo 
pregano la Madonna.






La cagna ha cambiato canile, mia moglie ha cambiato marito. 
Così una sera di novembre, il mio amico Pino mi ha descritto 
la sua vita sentimentale sdraiato sulla poltrona di plastica verde 
della mia cucina. Poi ha spento la lampada al magnesio 
macchiata dalle mosche, mi ha chiesto come stavo e 
senza aggiungere altro se ne è andato. 
E' rincasato camminando sulla striscia a linea continua 
della provinciale sperando che la notte si potesse tagliare.






Peace & Love

Avevi il viso e l'arroganza del fallito 
latravi qualche cosa di incomprensibile riguardo certi calcinacci e 
cercavi l'oroscopo e il peso esatto, volevi andartene da questa 
casa tirata su al centro del paese. 
Non è una malattia ereditaria ma prima o poi doveva succedere: 
estorsioni, agguati e ritorsioni. 
Tutti uomini vestiti da porno attori che gettano incaprettato 
nello Jonio un altro uomo in cambio di un bazooka con razzi 
anticarro in canna. Un buon baratto.






La mia donna crea dipinti con i suoi capelli castani 
sul mio petto scuro, 
aspetta sulla soglia della mia carne ogni suo errore, 
mi conforta dicendomi che soffrirò da solo, 
cadrò e non mi solleverò, 
ucciderò sette persone e avrò tanti giorni di carità 
quanti un cane in un canile, rimarrò solo senza più denti, 
farmaci né sentimenti 
finirò come quello straniero incontrato un lunedì pomeriggio 
in un caffè di Milano centrale. 
Più o meno la sua vita era andata così – I had a woman, 
she left me -. 
Nulla più di questo.






A fine agosto il tuono morde i lampi prima che piova e 
il cielo sembra sempre avere bisogno di un'autopsia, 
cammino sulla strada crivellata di buche come fosse 
un costoso tappeto cinese, la neve gialla è ancora lontana, 
la luce pare un caleidoscopio difettoso ed io vado 
dove i ragazzi hanno denti d'oro larghi come gonne a fiori 
e nessuno mi potrà più servire da bere vino tagliato con il 
                                                       [solfato di rame. 
Ormai è un furto ogni prospettiva di fuga.








martes, 16 de septiembre de 2014

CARLO MICHELSTAEDTER [11.089]



Carlo Michelstaedter

Carlo Michelstaedter fue un filósofo y dibujante italiano nacido el 3 de junio de 1887 en Gorizia y fallecido en 1910.
Carlo Michelstaedter nació en Gorizia, ciudad situada hoy en la frontera italo-eslovena, que pertenecía al Imperio Austro-Húngaro. Michelstaedter era considerado, según los criterios de este último, italiano de nacionalidad y judío de confesión. 

El 5 de octubre de 1910, Michelstaedter envía a Florencia su tesis de filosofía sin los "anexos críticos", que terminará de redactar el 16 de octubre. 
El 17 de octubre se suicida dándose un tiro en la cabeza.

Además de una gran cantidad de dibujos, caricaturas y retratos, Michelstaedter deja una obra poética y algunos trabajos filosóficos. Estos últimos están formados por La persuasión y la retórica, los Anexos críticos y diálogos filosóficos cortos o inconclusos, excepto el Diálogo de la salud, así como una cantidad considerable de textos diversos que están reunidos bajo el título de Scritti vari en la edición de las obras completas del autor, publicada en 1958.
La perspectiva filosófica de Michelstaedter parece haberse formado de manera repentina y su vida breve no le permitió explorar alternativas. Para él, la vida ordinaria era ausencia de vida, estrecha y engañosa, tanto como el "dios del placer" que decepciona al ser humano al prometer placeres y resultados que no son reales. La retórica comprende la vida social, en la cual el hombre rebasa a la naturaleza y a sí mismo por su propio placer. Sólo viviendo en el presente como si cada momento fuese el último puede el hombre liberarse a sí mismo del miedo a la muerte y arribar así a lo que Michelstaedter llama "persuasión", es decir, auto-posesión. Resignarse y adaptarse uno mismo a la vida es, para él, la verdadera muerte.

Bibliografía

La persuasión y la retórica. Traducción de Belén Hernández González. Editum, 1996.




Te saludo vida, en el cielo que ilumina el sol naciente en la campiña azul.  
Te saludo vida, potencia misteriosa, río salvaje, poderoso, eterno.  
Razón y fuerza de todo el universo.        
Te siento vibrar, vida, en mi sangre, mientras que de mis labios brota un grito: 
Salud vida! 

(C. Michelstaedter, El canto del gallo)





AL ISONZO

  DE las blancas gargantas, de los turbios
  montes lejanos con rabioso aliento,
  sopla la ráfaga con áspero silbido,
  rompe la densa, la pesada niebla,
  de las grises nubes bajas se apodera
  y las empuja en ondas grávidas.

  Pasa rozando los álamos trémulos
  —se cierne sobre el negro llano el peso
  de la ciclópea batalla del éter.
  Pero más fuerte a ella responde el ímpetu
  salvaje y joven del río rápido
  que las carcomidas riberas retienen:
  su potente mugido entremezcla
  con el silbido del petrel y el vívido
  claror del límpido y lejano cielo
  refleja lívido en las ondas turbias.

  Y al mar lleva el anuncio de la lucha
  que niebla y viento libran en el cielo,
  al mar lleva el anuncio del tumulto
  que hincha mi corazón cuando la náusea,
  cuando el torpor, la duda, el abandono
  de tu mirada combate, Argia, el coraje
  con más fervor y sueña el mar abierto.

  Noche del 22 de septiembre de 1910.




CARLO MICHELSTAEDTER
Diálogo de la Salud. Poesías @Ediciones De La Mirándola, 2013.
Traducción de Tomás Lorma y Miguel Ángel Frontán.



ALL'ISONZO

Dalle nevose gole, dai torbidi
monti lontani con lena rabida,
con aspro sibilo soffia la raffica,
rompe la densa greve nebbia,
stringe le basse grigie nubi
e le respinge in onde gravide.

Passa radendo sui pioppi tremoli
- sul nero piano incombe il peso
della ciclopica lotta dell'etere.
Ma a lei più forte risponde l'impeto
selvaggio e giovine del fiume rapido
cui le corrose ripe trattengono:
il suo possente muggito al sibilo
della procella commesce e il vivido
chiaror del lontano sereno
riflette livido, nell'onda torbida.

E al mar l'annuncio porta della lotta
che nebbia e vento nel ciel combattono,
al mar l'annuncio porta del tumulto
che in cor m'infuria quando la nausea,
quando il torpore, il dubbio, l'abbandono
per la tua vista, Argia, più fervido
l'ardir combatte e sogna il mare libero.




martes, 2 de septiembre de 2014

FERNANDO BANDINI [11.052]


Fernando Bandini

(1931-2013)
Poeta, filólogo, traductor y profesor universitario italiano, nacido en Vicenza en 1931. Humanista fecundo y polifacético, es autor de una deslumbrante producción poética que, anclada en los ecos de su densa formación cultural y en el magnífico equilibrio entre la experimentación lingüística y el ritmo prosódico, le sitúa entre las voces más sobresalientes de la lírica italiana de la segunda mitad del siglo XX.

Inclinado desde su temprana juventud hacia los saberes humanísticos y el cultivo de la creación literaria, cursó estudios superiores de Letras y, una vez doctorado, emprendió una brillante trayectoria docente que le condujo hasta la Universidad de Padua, para ocupar una plaza de profesor titular de Métrica y Estilística. Sus constantes vínculos con la enseñanza le llevaron también a impartir varios seminarios de literatura comparada en la Universidad de Ginebra (Suiza).

Al tiempo que desplegaba esta intensa actividad docente, Fernando Bandini fue desarrollando una fructífera labor de investigación filológica que quedó plasmada en numerosos artículos, ensayos y estudios críticos, entre los que cabe recordar aquí los dedicados al análisis de la literatura italiana del siglo XVI (con especial atención al Manierismo) y los centrados en los Cantos del gran poeta romántico Giacomo Leopardi (1798-1837). Además, realizó una importante labor de traducción que, reforzada por sus vastos conocimientos humanísticos, le permitió verter al italiano algunos de los poemas más representativos de las obras de Horacio (66-8 a.C.) y Baudelaire (1821-1867).

Considerado por la crítica especializada como uno de los grandes poetas neolatinos de la lírica italiana contemporánea, el autor de Vicenza ha ido construyendo pacientemente una sólida producción poética que se caracteriza por su premeditado antilirismo, su búsqueda constante de sugerentes modalidades expresivas y su gusto por la fusión de los más diversos estilos e, incluso, lenguajes (es frecuente en su obra la combinación del idioma italiano con otros términos y expresiones procedentes del latín clásico y del dialecto véneto). Surge así, en su pluma, el poema como un complejo entramado de referencias cultas que, pese a su rigor formal y su hondura intelectual, alcanza una clara y equilibrada formulación lingüística que le permite llegar con nitidez a toda suerte de lectores. Su experimentalismo, pues, queda en todo momento sometido al control del poeta y a su necesidad de expresar, con sobriedad y limpieza, un mensaje de hondo aliento poético en el que no tienen cabida los artificios retóricos innecesarios ni las licencias al uso entre otros autores de su generación. Esta sobria depuración de la poesía de Fernando Bandini puede apreciarse fácilmente en estos versos suyos que a continuación se transcriben: "Y hecha la hermosa costura en los párpados, / ¡duerme, mi niño, duerme! / Ni una gota de sangre te ha salido / de las pestañas. Estrellas enormes / flotan por el aire. Tu manita / cuelga de la cama. ¡Cómo te asemejas / al pequeño rey de los Cimerios / que duerme en la orilla del Mar negro! // Y ahora que tienes la hermosa costura en los párpados, / duerme, mi niño, vuela / por etéreos reinos donde es débil el pensamiento. / [...] // Que los otros se larguen, / yo incubaré tu sueño en su huevo. / Emplearé látigos de zarzas con que lastimar / el lomo de los perros callejeros / que vagan alrededor de tu sepulcro" ("Berceuse", de Santi di Dicembre).

Entre los poemarios dados a la imprenta por Fernando Bandini, cabe resaltar los titulados Memoria del futuro (1969), La mantide e la cittá (La mantis y la ciudad, 1979) -donde el poeta de Vicenza aborda el tema de la extinción de la humanidad por medio de la alegoría de la desaparición de las aves-, Santi di dicembre (Santos de diciembre, 1994) -cuyo título procede del poema en latín "Sancti duo decembris mensis", situado como eje central del poemario- y Meridiano di Greenwich (1998) -en el que, en palabras del crítico Silvio Ramat, "el amor a los astros, a los pájaros y a las plantas, en el consolidado dominio del azul, lo incita a dar un más amplio espacio a lo antiguo; mejor dicho, a la mitología de lo antiguo, donde todo parece naturaleza, incluso la poesía"-. Conviene añadir, a propósito de esta valoración de Ramat, que buena parte de la temática central de la producción lírica de Fernando Bandini se sustenta, por un lado, en la memoria de lo antiguo (que le proporciona no sólo palabras y argumentos de inconfundible aroma clásico, sino también ese equilibrio sosegado de sus ritmos), y, por otra parte, en la salutación exultante de lo que está por llegar (que le mantiene viva es tenaz búsqueda de nuevas fórmulas expresivas adecuadas a los tiempos actuales, pero desprovistas de los adornos y alharacas desgastados ya por el abuso de las vanguardias).






Yo incubaré tu sueño en su huevo

Y hecha la hermosa costura en los párpados,
¡duerme, mi niño, duerme!
Ni una gota de sangre te ha salido
de las pestañas. Estrellas enormes
flotan por el aire. Tu manita
cuelga de la cama. ¡Cómo te asemejas
al pequeño rey de los Cimerios
que duerme en la orilla del Mar Negro!

Y ahora que tienes la hermosa costura en los párpados,
duerme, mi niño, vuela
por etéreos reinos donde es débil el pensamiento.

[...]

Que los otros se larguen,
yo incubaré tu sueño en su huevo.
Emplearé látigos de zarzas con que lastimar
el lomo de los perros callejeros
que vagan alrededor de tu sepulcro.

 ("Berceuse", de Santi di Dicembre)








da Appena uscito

Zampette d’uccello

E tremo sempre perché sei piccola
e la neve qui intorno così vasta,
tu fuscello di brina
che a toccarlo si spezza.

E la neve non sembra nemmeno
sentire il tuo peso.

Ma a me
ti aggrappi forte, inventi sconosciute
tenerezze carnali
con una voce d’orca che vorrebbe
spaventare anche i grandi,
ardore smisurato con zampette d’uccello.





da Futuribili

Quattro passi

Forse perché c’è qualche
parentela tra cicuta e mandorlo
(e lo conferma in ambedue l’amaro)
mi scheggia l’osso la pallottola
diretta ad altri. Forse
perché c’è qualche oscura
connivenza tra la neve e il fuoco,
nel refolo che passa
sento frusciare i piedi dei vampiri
lungo gli asfalti della città lontana.





Futuribili

Non ci sono serrature alle porte
dopo le bombe.
Si può entrare e uscire a piacimento
c’è un viavai di guerrieri.

Gettano biglie d’acciaio
contro i vetri superstiti,
saccheggiano,
fanno all’amore sul pavimento
delle cucine vuote.

Io vorrei ritrovare la regina Ginevra
ma sono troppo stanco.
Sulla strada per Gorre è stata violentata
da un birmano e da un greco.






da Il filo del discorso

Il filo del discorso

Da quadro a quadro il filo del discorso seguire
senza che troppa tensione lo spezzi
o becco ostile lo intacchi

da sinopia a sinopia
nel pomeriggio di pioggia che fa
alto lo scroscio

finché il cielo rispunta dalle nuvole
e ci prende per mano
verso un viola-melanzana-yaèl

con passeri sulle torri che rimproverano
gli indugi (vocine squillanti di collera)

di chi non vuol muoversi
di chi resta attaccato al soffitto
come un moscone grasso.

E dal viola al nero
il filo del discorso ostinati seguire
verso i fischi di un’alba melone-amira finché

oh, Har hatzofim!
ali ha ciascuno al cuore ed ali al piede.





Règia Parnassi

Fastidio certo un paesaggio dal nulla
col Règia Parnassi evocare
e non possedere il divino
istinto che dice con nuove parole
la luce di settembre.

Evocare dal nulla
il merlo poliglotta, inghiottire sospiri
per una moto che romba nel chiaro
e per l’uva, per l’uva
che non ha più il privilegio
di apollinei palati.

Ma disamo la morte malgrado
le sinistre sirene di film e poemi
la disamo e distacco
da un soffio la bolla più pura,
la più precaria e inutile libero
dalle parole.

E rataplan trovare da splendere
su tutto con bolle precarie
e vedendole alzarsi nel vento
non soprassedere
sapendo che a esse è negato
di durare oltre l’attimo, cingersi
di alone immortale.





Nessuna parola

Così abbagliante ormai
la distesa di neve che la retina non ce la fa.
Tutto è silenzio dopo la schianto dei rami,
nessuna parola aveva colto nel segno.






da Lapidi per gli uccelli

I

Il disegno del tempo non aveva previsto
i nuovi aspetti della voluttà
quando la primavera scintilla sui vetri
o in pioggia si scioglie dentro fogne e cortili.
Nel lampo di cristalli e allumini
il colore della terra si svela
per indizi malcerti, sebbene qualcosa
d’insolito urge il sangue. Ora le ombre
si fanno più distinte nel chiaro,
i rumori delle stanze si confondono
ai cori dei clacson
e i quartieri tremano al vento favonio, segnale
della dea che rinasce divum hominumque voluptas.
Torna il suo soffio vitale e s’impenna
su gasometri e torri
dentro l’azzurro così vasto e quieto.
Allora spiegami tu cosa scrivere
se saccheggiato è il mondo e il poeta una logora
istituzione fra tante. Bambini,
fuochi-fatui-bambini,
accesi un momento su una terra di fosfori
e sepolture gridano.


IX

E tutta questa gente che mi supera
senza voltarsi indietro, non badando agli ehilà
che grido alle sua spalle
(spalle piegate in avanti nello
sforzo di andare più in fretta più in fretta).

Non li ho veduti in viso e non mi hanno guardato.
Erano indifferenti agli incontri sporadici
ai saluti e agli allarmi
E vanno (me lo mormora la mia bile crepata)
al posto che anch’io so, che vorrei anch’io.
Con nuche altere e certezze nel passo
caracollante e superbo quali
nella mia vita non ho mai osato.

Ma io non vado verso, io mi sono fermato,
per questo qualcosa riesco a vedere.


XIV

Lui non credeva che
fossero morti tutti gli uccelli e i fiori
malgrado le notizie dei giornali
e il colore del cielo ormai caduto
in mille pezzi.

Lui per i monti invasi
dalle vespe in collera del nevischio
vagava e non aveva per quel mondo
tante volte pestato con trepida
felicità, non aveva da opporgli
che la noia del sangue.

E la neve dove le scarpe
d’amianto stampavano orme copriva
formicolanti città dalle mille
zampine…

E lei lontana così lontana
in quelle sue tenebre,
uscita ormai dagli alberi e dal vento,
si toccava la faccia
per ritrovarsi e volentieri avrebbe
piantato i denti candidi e minuti
in qualche gola vivente pur di
riavere ancora nelle vene il fiotto
del suo bel sangue
e i bioccoli di lana sulle siepi
e i sassi e i tordi…

e ora lui nella sua tuta
d’argento per strapparla
agl’inferi doveva rinunciare
ai mille piani immaginati,
guardare avanti e non curare il rombo
di sotterranee macchine.
Fendeva il fioco barlume che un vento
intermittente soffia dal profondo,
e l’ombra dell’amata lo superava
esile e lunga; finché
promemoria di un corpo, fantasma
di un fantasma svaniva
in una nuova densa oscurità.

Alle spalle sentiva il ronzio
del robot: lento
esecutore dei patti e custode
di quella morte che gliela faceva
remota, ancora la relegava
nell’indefinitezza.

Così pesantemente avanza
senza voltarsi namque hanc dederat legem
inferna dea,
risalendo da tonfi e da odore
di fissile polvere, rigido il collo
che al muscolo fiaccato
dal casco di cristallo era un acuto
dolore. E quando

si fu girato (ma perché?), al colmo
di un cieco impulso si era girato (per
vedere cosa?) – solo allora seppe.
Lei gli gridava: “Mi riportano sotto.
Addio. Ricordami. Non condannarmi se
tendendo a te le mani non più tua…”.

E allora seppe quanto
fosse quella galassia desolata.
E lei
che il sottosuolo chiuderebbe nel suo
impenetrabile grembo sottratta
alla luce, negata per sempre
al potere della parola

si allontanava in fretta
verso il rumore della città di Dite.






da Dedicata ai satelliti dei principi


VI

E sventolanti immagino, o città
bandiere sui tuoi tetti, in sogno ascolto
suoni di corno in via Catena e il murmure
della burrasca che dilava
le statue e i passanti in fuga.

Oppure ti contemplo mentre cade
dal cielo basso un’invernale manna
rendendo calma e candida e compatta
l’aerea inafferrabile realtà
del tuo essere, del tuo provocarci.

Allora esco dalla nebulosa
delle mie mentali creazioni
ricevi l’orma della mia scarpa. Il pugno
come una palla di neve ti comprime.






da La mantide e la città

Amnesia

Giorno per giorno qualche nome si eclissa
dalla mia lingua e dalla mia memoria,
usuali parole come sedia bottiglia
Oh, trafelate corse per riprenderne
possesso! Annaspo naufrago
in un mondo che sempre più smarrisce
i suoi eoni, balbetto
come Mosè presso il roveto ardente.

E con nervoso tremito pronuncio
casa farfalla mela
per esorcizzare la buia notte
che si avanza a grandi passi;
ma poi casa precipita, farfalla
si polverizza in porpora,
mela mi è tolta divorata dal verme
che abita il mio cervello.

Come mi muoverò, poeta senza
gli amati nomi succo delle cose,
tra i buchi d’un saccheggiato universo?






Plazer

In questo azzurro di settembre che si dilata
oltre il confine dei miei occhi verso
regioni dove non arriverò mai
ci sono chicchi d’uva che altre bocche
schiacceranno tra i denti ignorando
questo mio torrido angolo di sete.

In quell’altrove fiori d’ombra sbadigliano
alla sera di un’isola abitata
dai corpi adolescenti di Nausicae.
Non le vedrò dal mio raro trifoglio:
creste in fiore riarse dalla polvere
grucce al riposo di magre locuste.

Oltre il confine dei miei occhi il mondo
per qualche nuova sua intenzione scalpita
che io non so né mi restano giorni
per saperne di più. La notte penso
di là dalle mie tenebre una Circe
che si cala nel balsamo del mare.

(Fernando Bandini, La mantide e la città, Lo specchio, A.Mondadori)