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lunes, 3 de marzo de 2014

GIOVANNI RAMELLA BAGNERI [10.625]




GIOVANNI RAMELLA BAGNERI

Giovanni Ramella Bagneri, ITALIA  nació en 1929 y murió en 2008. 
Entre otros libros, ha publicado: Armageddon e dintorni, Muro della notte y Autoritratto con gallo.
  


AUTORRETRATO CON GALLO

Después de la alegre estación del grillo,
de la cigarra, el frío
vuelve a levantar astuto la cola, se insinúa
en el agujero, ferozmente clava los colmillos:
y yo, prevista la pérfida luna
de noviembre, por ruinosas regiones
fustigadas por esvásticas vago;
un gallo rojo entre los brazos, canto,
voz de gallo con voz de búho;
castigado por dientes de rata, lámpara bajo el sombrero,
recorro lugares de locos, me enfurezco
y grito penitencia penitencia
hasta que se  haya revuelto todo el negro del cielo,
Ezequiel venido de lejos,
extenuado, pelado lobo
vestido de cordero de dos sueldos.

El tiempo miserable degollado
por rugientes fantasmas está partido en dos,
por dentro es horrendo, pútrido; el amolador
otoño afila cuchillos, aguza
cuatro garfios para mí que lamo el fondo de la cacerola
después de que me hayan arrancado las plumas y jirones de piel.
Ya no hay nada que salvar
ni aquí ni en otra parte; ha terminado,
ha terminado la guerra con el alma, la paz
es no existir, estar muertos, el lugar
del juicio es donde te abates y sueñas
dolorosos duendes que te hagan
compañía por esta última vez,
te estríen la cara, te chafen,
te desuellen como ya todo muestra
su aullante revés de miedos.
En el aire que me sacude rítmico a los
cuatro puntos yo vaciado persigo el día
de la sospecha, de la ira fría, me río
de quien aún posee
el miembro del escándalo.

Las obedientes, estúpidas palabras
ensartadas en las espinas de las acacias,
la humillación, la pena, la renuncia:
todo dura, se acostumbra a sufrir,
se hace cada vez más bello, más maduro
para un premio de cartón piedra, hojalata;
mordido por perseverantes piojos
desde la cruz gamada, el orgullo ya no se rasca,
la mente se agudiza, huye
del gran frío a la corrupción, es eterna;
la cabeza separada
del cuerpo enuncia leyes de números, de planetas;
el orden de las cosas
justifica la horca, la guillotina,
el horno crematorio, el gallo
canta tres veces en el silencio, el mundo
es perfecto, es el mejor de los posibles,
y quien no esté contento puede
elegir el modo de irse. Noche
y niebla donde tiendo
la escudilla a los paseantes.

Traducido por CARLOS VITALE




AUTORITRATTO CON GALLO

Dopo l’allegra stagione del grillo,
della cicala, il freddo
risale astuto la coda, s’insinua
nel pertugio, ferocemente azzanna:
ed io, prevista la perfida luna
di novembre, per rovinose plaghe
flagellate da svastiche mi aggiro;
un gallo rosso tra le braccia, canto,
voce di gallo con voce di gufo;
punito da denti di topo, lampada sotto il cappello,
percorro luoghi di folli, m’infurio
e grido penitenza penitenza
finché non sia travolto tutto il nero del cielo,
Ezechiele venuto da lontano,
sparuto, spelacchiato lupo
vestito di agnello da due soldi.

Il tempo miserabile scannato
da ruggenti fantasmi è scisso in due,
dentro è orrendo, putrido; l’arrotino
autunno affila coltellacci, aguzza
quattro uncini per me che lecco il fondo della pentola
dopo essermi strappate le penne e brandelli di pelle.
Ormai non c’è più nulla da salvare
né qui né altrove: è finita,
è finita la guerra con l’anima, la pace
è non esistere, esser morti, il luogo
del giudizio è dove ti abbatti e sogni
dolorosi folletti che ti tengano
compagnia per questa ultima volta,
ti striino la faccia, ti sbertuccino,
ti scuoino come già tutto mostra
il suo urlante rovescio di paure.
Nell’aria che mi sbatte ritmico ai
quattro punti io svuotato inseguo il giorno
del sospetto, dell’ira fredda, rido
di chi possiede ancora
il membro dello scandalo.

Le obbedienti, stupide parole
infilzate alle spine delle acacie,
l’umiliazione, la pena, la rinuncia:
tutto dura, si abitua a soffrire,
si fa sempre più bello, più maturo
per un premio di cartapesta, latta;
morsicato da assidui pidocchi
dalla croce uncinata, l’orgoglio più non si gratta,
la mente si fa acuta, sfugge
dal gran freddo alla corruzione, è eterna;
la testa separata
dal corpo enuncia leggi di numeri, di pianetti;
l’ordine delle cose
giustifica la forca, la mannaia,
il forno crematorio; il gallo
canta tre volte nel silenzio, il mondo
è perfetto, è il migliore dei possibili,
e chi non è contento può
scegliere il modo di andarsene. Notte
e nebbia dove tendo
la ciotola ai passanti.





STORIA DEL SOLDATO


           XII

PERCUSSIONE II

Il cavo della notte, i passi
in cerchio dove cadono domande:
chi sono? dove sono?
ma ancora niente in questo luogo
che si sdoppia, nel sogno che si sdoppia,
che si fa uno, poi mille,
o la stella che cala verso oriente,
forse l’ultimo segno del destino,
e già l’apparizione
nello spiazzo ghiaioso,
la nascita del ritmo nelle tempie.

Ha la clessidra in mano,
accenna verso oriente.
Fa nascere il tempo, lo accelera,
lo rallenta improvviso, lo sospende.
Ancora il ritmo, l’affanno.
Di nuovo il vuoto, il silenzio.
La stella cadente arde bianca,
illumina la pianura.
Il ritmo cieco rinasce,
cresce nella mente, travolge.





DON CHISCIOTTE

                 47

INCUBO DELL’ALTRO

Con la mia stessa faccia,
stessa andatura stessi gesti:
entra a casa mia, è accolto, è al caldo,
ora è alla finestra con mia moglie
e i bambini: guardano fuori e ridono,
giorno che sta finendo,
neve che piano comincia a cadere:
faccio segni: ma vedo
i loro sguardi duri, ostili, e so
che staranno a fissarmi
finché non sia scomparso.





IL CAVALIERE UBRIACO

VIII

COMMIATO

Il sole cala dietro le montagne
e non esiste già più.
L’autunno sfocia in un quieto inverno
ed è finito per sempre.
Ultimo luogo e ultimo tempo: vuoti.
Anno che si conclude nella pace,
cielo cristallo con nubi dipinte,
meravigliosa bolla iridescente
che protegge questo teatrino
del mondo: ancora per poco, per poco.
Ci muoviamo qui, forse alludiamo.
Ma perdiamo forza, consistenza,
siamo solo più ombre nel crepuscolo,
ci confondiamo con l’ombra, col freddo.
Fatica di durare,
di trattenere insieme con parole
ciò che deve sfuggire,
disperdersi nel vuoto. Il nostro sogno
resiste appena, è stentato. Ormai siamo
e non siamo. Da dove, verso dove,
mai l’abbiamo saputo. Addio, addio.





DA UN’ALTRA BABILONIA

Altrove, forse in un altro
tempo, il Libro,
nell’altro, nel doloroso
abbandonato-perduto luogo – tempo,
chi pascolava greggi
sotto segni certi, sotto caldi
occhi-finestra era
nel Libro, lui sì era
nell’albero del vento
era nel profondo! Ma qui
la Parola
vuota, il suo alone
di luce nera, da abissi
il suono
neutro, nella polvere
questa, l’altra città, perduta, il sogno
della Parola, di una
città che si cerca, si sfugge:
ma parlare del Libro
e di tombe
vuote, di una caduta, antica,
di morti, di parole
ritornanti, del loro
alone, di qualcuno
che parlava di tombe
vuote, di pietre smosse,
di tempo lacerato, del suo suono,
parlare
di profeti, di fiumi
notturni (riemergono
talvolta, rapinosi),
di stelle spente, del cielo
alto, di quello
profondo, di costellazioni apparse,
Rosa Spada Diamante
Labirinto, di una città umiliata,
estranea, dell’altra,
la città dell’anima, parlare
della tomba vuota, del dio oscuro:
trattenere l’antica lingua, il suo
suono (qualcuno, là, ha raccolto polvere,
se ne ciba tristemente, va
ora alla rupe, alla tomba, alla stanza,
apre il Libro, lo sente
perdere significato, vita),
trattenere
lo stridore del cielo
squarciato, stupefatto, la grumosa
stella rossa, il suo spegnersi, l’alone
che perdura, l’incendio del roveto
montano, clamoroso,
dell’altro, ciclico, profondo, il suo
senso e spazio: ma segni,
ora, che tramontano,
luoghi deserti, rovine,
non visitate, rupi
notturne e grotte e tombe senza offerte,
vuote da sempre, ancora
in attesa.
Lunghissime frane: profonde.
Luogo che si sgretola.
Vento spazio? Non più.
La Parola! Riempiva
della sua forza quel cielo,
si spegneva, lasciava
il suo alone. Una tomba
accoglieva l’Oscuro,
rinasceva la città dell’anima.
Qualcuno stava nella notte, aveva
radici e fronde, stormiva,
era profondo, era vasto, creava
spazi sconfinati, il loro suono.
Astri: segni. Roveti
Canori, in fiamme. Destini.
Luogo che frana: da sempre.
La città, il suo spettro. Senza suono.
La Parola? Sì, vuota.
Ritorna dal profondo, dalla
Polvere: opaca. Il dio,
come perde significato, perde
suono, alone! Non più,
ora, che un sogno stentato,
difficile. Anche il Libro, l’universo
del Libro, il suo formidabile enigma,
come noi, come tutto
qui si sgretola, frana.









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