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martes, 12 de agosto de 2014

FEDERICO SCARAMUCCIA [10.863]

Federico Scaramuccia

FEDERICO SCARAMUCCIA 

Nació en La Spezia, ITALIA   en el 1973. Actualmente vive en Milán y enseña en una escuela secundaria del Hinterland. Ha publicado algunos libros de versos, entre los cuales “ Come una lacrima” vencedor del premio de literatura “I miosotìs”




COMO UNA LÁGRIMA

(Fragmento)

un ruido sordo las llamas el incienso
inmundo queda un silencio
 en el profundo del vientre un hambre
que las llamas dentro confunden

no queda nada sólo una ruina
una sombra neta de las formas vanas
se planta en el pecho como una cruz
inclina el rostro quiebra la voz
un grito confuso un silencio roto
un llanto se sofoca en el sollozo
un puño insulso que aprieta con ira
se desgrana como si fuese arenilla
un desahogo convulso que congela
un nudo que se derrite como cera
y el cielo en llamas aún se estremece
la vida regresa a la tierra en cenizas
se columpia en el aire un poco decaída
hasta  que no se posa suave y nívea
desciende lentamente sin reposo
aún caliente se encaja en el dorso
se pega en la piel como una mancha
como un viento frio un soplo que rasga
como una lima que frota y frota en delirio
pequeñas astillas enloquecidas de vidrio
se hunden en la carne herida la faz
 enmudecido permanece a escuchar
rendido al silencio de un nudo a la garganta
como una mano al cuello que no cesa
un dolor agudo que llega al corazón
una punzada breve un hachazo
sobre el cielo blanco se alzan las llamas
cortando la oscuridad afilando las cuchillas
comiendo aquello que aún resta
arden por la fiebre por el hambre
un hambre que ceba y no sacia
nutre la carne y con la mordida la desgarra
se resbalan agachadas entre las ruinas
ávidas escurren por venas y arterias
estrangulan el ánima dentro una vorágine
oprimen en el vientre buscando una salida
surgen al fin del hueco del foso
entre resoplo de fumo y salpicaduras de rojo

se mece en el viento ahora ya menguante

triunfa sobre el tiempo un enjambre
de llamas que irrumpen dentro
un viento de cobre y de plomo

 TRADUCCIÓN:  Alejandra Crules Bretón
http://circulodepoesia.com/








FEDERICO SCARAMUCCIA è nato a La Spezia il 14 marzo 1973. Attualmente vive a Milano e insegna in una scuola media dell’hinterland. Presente in volumi e riviste con testi critici e poetici, ha pubblicato alcuni libri di versi, tra cui Come una lacrima (d’if 2011), vincitore del premio di letteratura “i miosotìs”. Ha inoltre curato l’edizione critica delle Rime di Gaspara Stampa, in uscita entro la fine del 2013 per la Società Editrice Fiorentina.



In Come una lacrima (collana “i miosotìs“, Edizioni D’If) si assiste a un dramma in due atti sul dolore che (ar)resta, il dolore centrato sull’11 settembre 2001, il dolore reale delle vite spezzate e il dolore virtuale che è stato trasmesso e mediaticamente manipolato in tutto il mondo: un’onda d’urto emotiva e un ritorno di fiamma ripresi e diffusi dall’ “anaeuforico” occhio televisivo, e al tempo stesso filtrati dall’impalpabile e diafana boule de neige della lacrima (la macchina da presa per eccellenza) che tiene in scacco la globalità.

Daniele Ventre





Come una lacrima

(duemila uno)



PROLOGO

gente di corsa al principio del giorno
non ne attende l’arrivo né il ritorno



si dondola al vento ormai in panne
in trionfo sul tempo uno sciame
di fiamme che irrompono dentro
un vento di rame e di piombo



GUARDA LASSÙ QUALCOSA MACCHIA IL CIELO
buca l’azzurro lasciando una traccia
non nuvola per ora appena un velo
come una lacrima che non si stacca
appanna gli occhi in volo all’orizzonte
appena uno sguardo sulla minaccia


CORO
un segno lontano forse una faccia
chi col dito puntato all’orizzonte
fa cenno con la mano chi si sbraccia



GUARDA POSA IL VOLO ECCOLO ECCO ATTERRA
posa il volo ma non abbassa le ali
si posa prima di toccare terra
ancora in volo prima che si incagli
si posa solo quando il cielo splende
quando con rabbia ne brilla la carica


CORO
abbraccia la morte piegando le ali
si avvinghia alla vita mentre si arrende
con rabbia che avvolge ma non si scarica


(UN’ECO CHE DEFORMA IN SOTTOFONDO)
(le braccia storpie piegano sui tagli)
(blindano la vita che si distende)
(che si contorce come in gabbia invalida)


GUARDA CHE TUFFO NEL VUOTO CHE STILE
si gettano in braccio al vento un impulso
un tuffo forse cento forse mille
è il corpo che suda stretto nel morso
della fiamma è la sua pelle che gocciola
è carne viva che chiede soccorso


CORO
ancora un sorso ho sete ancora un sorso
ancora un soffio ho fiato ancora soffoco
ancora un morso ho fame ancora un morso


GUARDA CHE PECCATO IL CIELO SI COPRE
è il giorno che si annebbia e si dissolve
è la sua luce svanita che soffre
che sfuma in una nuvola di polvere
sepolta sotto un cumulo di cenere
come una lacrima che non si assorbe


CORO
in cielo un’immensa nube di polvere
rimane sospesa densa di cenere
e stinta la fiamma non si dissolve



GUARDA CHE NOTTE CHE LUCE LE TENEBRE
è una notte bianca priva di stelle
è il giorno avvolto nel sonno che geme
scosso da un brivido sotto la pelle
è un incubo l’inferno all’improvviso
una luce soffusa un fior di scheletro


CORO
la notte fonda ha i nervi a fior di pelle
qualche volta si accende all’improvviso
sono grida però non sono stelle



CONGEDO
come una lacrima rimane un velo



un tonfo le fiamme l’incenso
immondo rimane un silenzio
e in grembo giù in fondo una fame
le fiamme che dentro confondono



RIPRESA
non ancora sereno ancora un velo
una buca in terra una macchia in cielo



non resta nulla soltanto un rottame
un’ombra netta dalle forme vane
si pianta nel petto come una croce
piega a terra il viso spezza la voce
un grido confuso un silenzio rotto
un pianto che soffoca nel singhiozzo
un pugno insulso che stringe con rabbia
che si sbriciola come fosse sabbia
uno sfogo convulso che congela
un nodo che si scioglie come cera
è il cielo in fiamme che continua a fremere
la vita che ritorna a terra in cenere
si dondola nell’aria un poco stanca
finché non si posa soffice e bianca
scende lentamente senza riposo
ancora calda si appiccica addosso
si attacca alla pelle come una macchia
come un vento freddo un soffio che graffia
come una lima che va avanti e indietro
piccole schegge impazzite di vetro
affonda nella carne sfregia il volto
che ammutolisce restando in ascolto
reso al silenzio da un groppo alla gola


[...]

un filo di voce a torto compressa
un soffio appena una voce sommessa
una voce roca che toglie il fiato
un filo ben stretto come un cappio
una voce che lotta che gorgoglia
che a volte si blocca e avvolta si imbroglia
la fiamma incerta che dal ventre guizza
che trova un varco che appena si drizza
la punta che trema e balbetta stanca
che vibra nell’aria come una lancia
è un cratere buio che ancora fuma
che nasconde la luce che imprigiona
come lo sguardo che ancora si annebbia
che nessuna lacrima ormai raffredda
una pioggia calda che non si estingue
che annaffia gli occhi e concima le lingue
che bagna la terra e secca nel fango
come un naufragio un abbraccio che strangola
un dolore sordo che non ascolta
condanna chiunque e sotterra la colpa
una bocca ingorda giudice e boia
si apre e non parla poi si chiude e ingoia
fra le macerie spunta solo un fiore
un fiore reciso senza colore
fra le macerie solo un fiore posa
una pianta rossa forse una rosa
è un sepolcro che rimbomba di colpi
bussano alla vita sperando ascolti
non è più il crollo né il cielo che piange
è il fronte che esplode della falange
che fa silenzio che in ombra si infrange
che monta a neve che in onda rifrange
la voce raccolta nella preghiera
che si alza in volo che in aria dispera


[...]

i corpi gettati come rifiuti
lasciandosi andare freddi e fonduti
corpi che sfilano reflussi d’ossa
che in fila scorrono dentro una fossa
la bocca socchiusa ancora rimastica
a piccoli morsi come un elastico
è il ventre che scalcia e quasi si strappa
un dolore che squarcia e non si spacca
la rabbia gravida prima del parto

[...]